Una transizione dietetica e il lavoro di F.M. Alexander

Alla ricerca di un equilibrio dietetico dobbiamo riconoscere che nel corso di un’esistenza o forse più, i nostri sensi sono stati condizionati dalle nostre abitudini. Abbiamo bisogno di focalizzare la nostra attenzione e i nostri intenti sulla loro rieducazione attraverso un processo di transizione, e se credo nel metodo senza curarmi troppo delle mie sensazioni, i risultati non potranno non arrivare. Il mio cammino ha bisogno di una giusta direzione.

Per quanto mi riguarda, mi piace pensare che una condizione ideale sia una condizione di equilibrio nella quale sono libero da condizionamenti, e dove ho la possibilità di vivere in piena coscienza esercitando delle scelte costruttive per il mio benessere. In una fase di transizione devo riconoscere che il non mangiare un cibo abituale non deve essere una privazione ma piuttosto un atto preventivo. Ho bisogno di essere generoso e ragionevole con me stesso, e di concedermi una pausa tra lo stimolo e la reazione. Una pausa per pensare e scegliere razionalmente come non voglio nutrirmi, ben al di là di quello che i miei sensi mi chiedono. Un bel giorno le mie sensazioni saranno più affidabili e quello che voglio sarà più vicino a quello di cui ho realmente bisogno.

A questo punto è opportuno osservare che le nostre scelte hanno delle connotazioni fisiche e psicologiche ben evidenti. Una privazione, ed è spesso vissuto così il dire no, potrebbe facilmente tradursi in tensione muscolare e rigidità. Sappiamo molto bene che la rigidità crea un’interferenza sul meccanismo respiratorio, proprio su quel meccanismo che stiamo cercando di aiutare al fine di accrescere la nostra vitalità.

Può venirci in aiuto la risposta a qualche semplice domanda:
1) Possiamo credere che siano solo le sensazioni relative al cibo ad essere inaffidabili e condizionate dalle nostre abitudini?
2) In questo preciso istante, per esempio, quanto siamo consapevoli, veramente consapevoli, della nostra respirazione o del nostro atteggiamento posturale?
3) È un atteggiamento posturale costruttivo che promuove leggerezza e libertà o al contrario pesantezza e rigidità?
4) È questa una percezione oggettiva o invece il frutto di un meccanismo sensoriale inaffidabile condizionato dalla ripetitività inconscia delle nostre abitudini?

I nostri organismi hanno bisogno di mobilità ed il loro funzionamento è estremamente dinamico. I nostri atteggiamenti posturali dovrebbero favorire questa mobilità e non ostacolarla. Sappiamo dell’influenza positiva della forza di gravità ma spesso ignoriamo la risposta positiva del nostro meccanismo posturale, quel meccanismo che si occupa di espandere il nostro corpo permettendoci di lavorare in armonia con le nostre aspirazioni. Tutto questo può avvenire in una condizione di equilibro. Avviene invece con difficoltà ed impedimenti in un atteggiamento posturale caratterizzato dalla rigidità.

Vorrei sottolineare come i come nostri atteggiamenti posturali non sono da considerarsi solo nella loro manifestazione fisica ma bensi nella loro integrità psicofisica. Sono l’espressione delle nostre reazioni consce ed inconsce alle nostre percezioni.

Frederick Matthias Alexander (1869-1955) alla ricerca della causa ad un suo disturbo alla voce ed al sistema respiratorio, che aveva compromesso la sua carriera teatrale e al quale la medicina tradizionale non aveva saputo trovare una soluzione, ha compiuto delle scoperte molto importanti per la nostra salute. Attraverso un processo di osservazione e sperimentazione su se stesso ha scoperto che le nostre reazioni agli stimoli della nostra quotidianità seguono dei percorsi abitudinari dei quali siamo spesso inconsapevoli. Nelle nostre scelte ci lasciamo guidare da un meccanismo sensoriale inaffidabile ed, inconsapevolmente ed in maniera costante, interferiamo con il nostro equilibrio e quindi con il nostro funzionamento. Ed è così che i nostri atteggiamenti posturali possono sembrarci “normali” quando in realtà sono una gabbia all’interno della quale i nostri organismi lavorano in uno spazio ristretto ed angusto faticando terribilmente a crescere e trasformarsi. Attraverso il metodo da lui sviluppato, la Tecnica Alexander appunto, impariamo ad aiutarci. Con la rieducazione delle nostre percezioni, impariamo a prevenire le nostre interferenze negative, permettendo al meccanismo posturale di lavorare correttamente.

Alexander ha sempre sostenuto che l’ostacolo più grande all’apprendimento del suo lavoro, o all’apprendimento in generale, fossero le idee preconcette, e questa è una verità che tocco con mano ogni giorno nella pratica del Lavoro. La validità della Tecnica è oramai sempre più accettata e riconosciuta, ed il successo di chi la pratica è il riconoscimento più importante.

Le idee rivoluzionarie hanno bisogno di tempo per essere accettate, ci vuole pazienza, e nel frattempo il nostro benessere e la nostra salute non possono che essere il miglior biglietto da visita per quello in cui crediamo. Sono convinto che la Tecnica Alexander possa offrire un contributo fondamentale in un cammino di crescita e sviluppo personale.

© 2012 Ettore Arcais